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Come in molti altri antichissimi siti della Valle Camonica anche dove ora si estende il comune di Vezza d'Oglio si
trovano tracce dell'antichissimo popolo dei camuni (del ceppo ligure-celtico) che hanno lasciato l'impronta della
loro grande spiritualità con le incisioni rupestri. Sono stati rilevati dei bellissimi graffiti incisi su un grande
masso erratico posto in località "Sas de la Strìa" (sasso della Strega), che si trova alle pendici del monte Plaza
che domina l'attuale centro abitato. Probabilmente già in epoca preistorica e pre-romana in località Castellino
doveva essere presente un edificio fortificato, forse un castelliere o una roccaforte posta in posizione elevata e
circondato da delle mura che avevano compiti difensivi. Anche i romani, giunti in alta valle nel 16 a.Cr, si
stabilirono nella zona con un loro "pagus". Tracce evidenti della dominazione romana sono ancora riscontrabili
nell'organizzazione generale topografica e urbana di due delle più caratteristiche frazioni del paese: Grano e Tù,
che erano poste in posizione dominante sull'intera alta Valle Camonica fino al passo del Tonale. Crollato
l'Impero romano orde di popoli barbari invasero, passando anche per i passi alpini camuni, si stabilirono in zona
e significative tracce della presenza dei Longobardi sono ancora evidenti anche in molti termini del dialetto
locale e in antiche leggende. Per circa due secoli, a partire dal 586, data del primo insediamento di un Duca
longobardo in Valle Camonica, fu proprio questo popolo a formare la classe dominante e a imporre le sue
usanze, leggi e tradizioni, fino a quando nel 774 le schiere galliche guidate personalmente da Carlo Magno,
passando dal valico del Mortirolo, sconfissero i Longobardi e imposero, amalgamandosi con i locali, le nuove
tradizioni e una fortissima e coercitiva presenza dell'evangelizzazione cristiana propugnata da Roma e resa
obbligatoria dallo stesso Carlo. Le date prima riportate sono abbastanza sicure e sono le prime notizie certe e
documentate su Vezza e sulla zona circostante poiché proprio all'anno 774 viene fatta risalire la edificazione e
consacrazione al culto cristiano dell'antichissima chiesa di San Martino, ad opera dei monaci di Tours, che
ricevettero da Carlo Magno consistenti donazioni in tutta la Valle Camonica. Questi monaci rimasero
beneficiari di varie prebende sino all'anno mille: anche i successori di Carlo li confermarono con vari decreti nei
possessi e privilegi in terra camuna. La casa madre dell'ordine restava nella lontana Francia ma i legami con
essa, vista la distanza e l'insediamento in valle di molti centri gestiti da confratelli locali, via via si erano fatti
più deboli e già prima dell'anno mille i molti possedimenti in alta Italia del famoso monastero erano stati o
ceduti o venduti o si erano resi autonomi. Nel 1032 la chiesa di San Martino, raggiungendo l'indipendenza
amministrativa nella gestione dei suoi beni, ottenne il "Fonte battesimale" che dava l'importante diritto di
riscuotere alcune decime che prima andavano alla Pieve di Edolo. Varie antiche famiglie bresciane e camune
furono infeudate in vaste proprietà dal vescovo di Brescia, nuovo duca della Valle Camonica fin dalla fine del
1100. Nel 1299 la comunità locale riuscì, dopo numerose perorazioni alla curia bresciana, a strappare vari e
vasti benefici. I Federici, approfittando dei grandi favori loro concessi dall'Imperatore Federico Barbarossa (da
cui forse presero il nome), con uno dei numerosi "rami familiari" sparsi un poco ovunque in tutta la Valle
Camonica, si stabilirono anche a Vezza a partire dal 1300, vi costruirono alcune abitazioni ed estesero la
propria influenza fino all'importante castello di Mù. Scaramucce, faide, soprusi e numerosi cruenti scontri
rimasero accesi per più di un secolo tra le varie e battagliere fazioni dei guelfi di Valle Camonica (sostenitori del
vescovo di Brescia) e i ghibellini (partigiani dell'Impero) che, nel 1409, decisero di assaltare in forze il castello di
Mù. Sempre nel 1409 anche i "Federici di Vezza e alcuni loro garzoni" presero parte attiva nella cruenta
spedizione organizzata nella notte di Natale in valle di Lozio, in bassa Valle Camonica, in cui furono trucidati
tutti (esclusi due giovinetti che erano a Brescia) i componenti della potente e nemica famiglia dei Nobili che era
arroccata da tempo nei propri possedimenti fortificati e nel loro possente castello, da cui aveva sempre respinto
con successo i numerosi assalti armati degli avversari politici. Il dominio milanese dei Visconti, in alta Valle
Camonica, arrivò con un'espansione più politica che militare poiché il potente signore di Milano, chiamato come
arbitro a mediare la pace tra le varie fazioni in lotta, finì per stabilire forti contingenti armati, pretendere le
tasse, fare concessioni essere in pratica il nuovo padrone. Dopo lunghe e sanguinose lotte con alterne vicende,
che videro protagonisti oltre a nobili e truppe milanesi e veneziani anche illustri capitani di ventura di quel
secolo (Carmagola e Coleoni su tutti), nel 1455 la Serenissima Repubblica Veneta si impossessò di gran parte dei
domini milanesi e estese i suoi domini anche sulla Valle Camonica e sulle terre di Vezza. Una delle prime
ordinanze veneziane che riguardavano l'alta Valle Camonica fu quella di far abbattere completamente la rocca
di Vezza, per ridurre il potere dei Federici locali che avevano ancora una notevole influenza e vasti possedimenti
da Edolo a Villa d'Allegno. Proprio sotto il dominio veneziano, nel 1500, in tutta l'alta Valle Camonica, terra
poverissima e di scarse risorse, e in Vezza in particolare, iniziò la grande e inarrestabile piaga (che continuò per
secoli) dell'emigrazione i cui flussi di diressero specialmente verso lo stesso Veneto e la Germania. La situazione
generale di povertà diffusa fu ulteriormente aggravata da alcune calamità e disgrazie, come il grande incendio
scoppiato il giovedì santo del 1627, che, trovata facile esca nei numerosi fienili e nel legno delle case (principale
elemento costruttivo), provocò non meno di 70 vittime e distrusse numerose abitazioni. Questa disgrazia indusse
il Senato della Repubblica ad esentare il paese e il suo contado dalle principali imposte per un lungo periodo. Nel
1682 un altro terribile incendio distrusse non meno di 150 case, vennero anche danneggiate delle piccole attività
artigianali e alcune fucine. Un altro disastroso incendio è ricordato nel 1807. Durante la Terza guerra
d'Indipendenza il 4 luglio 1866 gli austriaci al comando del colonnello Albertini sconfissero nei pressi di Vezza
una compagnia di bersaglieri comandati dal maggiore Castellini. Lo battaglia, mal condotta e malissimo
organizzata dal comando locale italiano, provocò 20 morti e 60 feriti. In ricordo di questo storico infausto
scontro e a memoria dei caduti fu eretto in piazza un monumento commemorativo. Vezza d'Oglio fu, durante la
prima Guerra Mondiale, capolinea di una piccola ferrovia che partendo dalla stazione di Edolo, portava nei
pressi della prima linea i rifornimenti e le truppe che poi salivano sul vasto e tormentato fronte dell'Adamello le
cui trincee e camminamenti iniziavano dal lato nord-ovest (quello dominante Vezza) e giungevano fino alla
prima linea. A Vezza fu anche posto un comando reggimentale e in più occasioni la piazza del paese fu
protagonista di cerimonie per la consegna di medaglie al valore militare agli alpini che si erano distinti nelle
azioni belliche. Negli ultimi anni a Vezza d'Oglio, seguendo la politica di altri centri dell'alta Valle Camonica
(Ponte di Legno, Temù), si è sviluppata una forte vocazione turistica con un incremento notevole delle presenze
di villeggianti e turisti specialmente durante il periodo estivo e le feste di fine anno. Il vecchio nucleo del centro
storico del paese, stretto attorno alla chiesa, alla piazza e alle abitazioni nobiliari, è stato, a partire dagli anni
settanta (del XX secolo), circondato da un notevole (e non sempre positivo sotto l'aspetto estetico) sviluppo
edilizio dovuto alle numerose "seconde" case residenziali, chiuse gran parte dell'anno, che hanno ingrandito
notevolmente l'antico borgo di montagna. |